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Epilogo

La varice sono io


C'era un tempo in cui decidevo i menu per tutta la settimana. La domenica mi sedevo al tavolo della cucina con un foglio e stabilivo pranzi e cene in funzione di ciò che rimaneva nel frigorifero, o che avevo già in casa, o che offriva la stagione. Errore. Alla fine di una giornata pesante, quando finisce di operare a metà pomeriggio dopo tre interventi difficili, mio marito ingerisce qualsiasi cosa gli si presenti sul piatto nello spazio di diciotto secondi, dice "buono" indistintamente e si sposta sul divano, dove si addormenta nei venti secondi successivi. E' inutile, e anche un po' masochistico, cucinare manicaretti che richiedono due ore di preparazione se vengono ingeriti senza sostare nemmeno un istante nelle papille gustative e senza essere apprezzati come qualsiasi anche modesta cuoca desidera e spera.

Tanto vale, in quei casi, optare per un rapido piatto di spaghetti.

Per questo motivo, un giorno, ho cominciato a informarmi sul numero e il tipo di operazioni in programma, prima di mettermi ai fornelli. Dopo un paio di settimane di scambi telefonici con la segretaria, ho imparato a dare una durata approssimativa agli interventi, a dare loro un nome, che non era ovviamente quello dello sconosciuto paziente, ma il nome del male di cui soffriva. Un aneurisma, un colon, un polmone, un'arteria. Tre ore, due ore, due ore e mezzo, se tutto fila liscio. 

Il momento più utile per informarsi era il mattino, naturalmente, ma non guastava anche una telefonata verso le cinque del pomeriggio per farmi un'idea più precisa dell'orario finale e degli imprevisti. Se alle cinque era appena arrivato un ileo, era da scartare il filetto e più prudente dirigersi verso la fettina di fesa che si può tenere in caldo. Il risotto era sempre a rischio: meglio evitarlo del tutto in caso di aneurismi, arterie e occlusioni intestinali. Possibile rischiare nel caso di un'appendicite urgente, arrivata alle quattro, ma se poi, per prudenza, lo iniziavo un po' tardi e non era cotto al momento del suo arrivo, dovevo considerare che mio marito si sarebbe buttato sul parmigiano o infilato un grissino nell'angolo sinistro della bocca e il tubo di mayonnaise nell'angolo destro e così provvisoriamente sfamato, avrebbe rifiutato il risotto. Comunque il sistema dava dei risultati discreti.

E' chiaro che le operazioni che nominavo con così tanta disinvoltura erano per me soltanto una definizione astratta, un concetto di durata, ma non rappresentavano per niente ciò che in realtà sono, cioè degli "interventi" su un essere umano. In quel momento facevo completamente astrazione dalle persone: non per insensibilità o cinismo, ma per tutta una serie di motivi che andavano dall'ignoranza dei loro nomi, al segreto professionale che impediva a mio marito di parlarmene, alla discrezione con cui evitavo di porre domande, al fatto che un medico, quanto più è coinvolto nel problema e nella relazione di fiducia che lo lega al paziente, tanto meno desidera estendere le sue riflessioni ai familiari.

Mi limitavo quindi a  giostrare le nostre cene fra un'arteria e un polmone, spostando gli asparagi e le lasagne a seconda delle necessità, finché un giorno, di comune accordo,  è stato deciso che mio marito mi avrebbe tolto una varice.

La varice, chiariamolo subito, non è mai stata una ragione di cambiamento del menu. Prima di tutto perché non è un'urgenza e la si può programmare, poi perché di solito viene fissata all' inizio della giornata e, anche se lasciata per ultima, occupa al massimo tre quarti d'ora. Quindi non avevo molta confidenza con la varice. Non mi capitava spesso di nominarla, la conoscevo poco e provavo verso di lei una certa diffidenza. 

Ed ecco che, di colpo, la varice ero io.

Ho cominciato a vedermi come varice. A pensare che mi avrebbero messa in un programma, dove importante non era chi io fossi, ma l'intervento che dovevo subire. Non avevo nemmeno il privilegio di scegliere il giorno preferito, perché anche questo dipendeva dal resto dell'organizzazione interna della clinica. Mi metterà a fine giornata o all'inizio? Che cosa farà prima e dopo ? Sarà una di quelle giornate strutturate con varice - polmone - struma, oppure arteria - carotide - varice? E quando arriverà alla fine si ricorderà che la varice sono io?

Questo, e un'infinità di altri pensieri mi  hanno accompagnata durante la notte precedente, notte passata in casa perché "puoi scendere domattina con me" aveva detto. Così la varice adesso aveva un nome, era qualcuno, era una persona che stava lì a guardare il soffitto e a pensare che la notte dopo ne avrebbe visto un altro, uno d'ospedale, se tutto andava bene, se le era concesso di riaprire gli occhi. Una persona che non riteneva la varice una cosa da nulla, ma la vedeva come l'unico grave intervento della sua vita.

E insieme alla varice, nel buio della notte, hanno preso forma tutte le altre operazioni, si sono vestite di un corpo e di un'anima, di attesa, di ansia, di speranza, di timore. Sono diventate vive e complici. Hanno preso il loro giusto spazio di comprensione e solidarietà, anche se distanti e sconosciute.
Ed è con tutt'altro spirito che penso a loro, mentre cucino la sera, ora che sono diventata un mago nella cottura lenta, nell'anticipo di preparazione, nell'uso del microonde. Ora che le cene non sono più un problema, a prescindere dall'ora in cui mio marito riesce a rincasare.

Quel marito che, irriconoscibile dietro la mascherina, è entrato canticchiando in sala operatoria e ha annunciato "tranquille, ragazze, questa è l'unica paziente che non potrà mai reclamare" mentre io contavo le pecorelle sperando di cadere al più presto nell'oblio.

Elena Rondi-Gay des Combes
Aprile 2006


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