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HOME .php .html .pdf .pdfOrig da Caritas Ticino Rivista online XXVII/3 Ospiti Etica Morale

Il pregiudizio si può superare? Vivere l’integrazione e la tolleranza nella routine lavorativa: l’esperienza di una operatrice di Caritas Ticino.


educe dall’ennesimo scambio di opinioni non sempre pacifico con alcuni conoscenti che amano esprimersi contro razze e religioni, etnie e mentalità, o a volte anche solo stili di vita che hanno spesso come unica caratteristica che li distingue quella di essere differenti dai nostri, voglio provare a fare una riflessione su questo malvezzo di lasciar cadere dall’alto i nostri giudizi come lame di ghigliottine immaginarie.

La mia esperienza professionale negli ultimi anni mi ha dato modo di sperimentare nel quotidiano il confronto con il diverso sotto varie forme: cultura, abitudini, situazioni sociali e scelte di vita. Dividere per esempio il momento del pasto di mezzogiorno con una comunità etnicamente eterogenea come quella che si riunisce nella mensa di un programma occupazionale è un’occasione interessante di riflessione anche sotto questo aspetto.

Mohammed è mussulmano. Viene dall’Afganistan. Siede al tavolo con noi per bere il caffè e lo serve nelle tazzine con il suo immancabile sorriso, mentre approfitta per chiedere delucidazioni grammaticali e lessicali, perché ha deciso che deve imparare l’italiano, visto che il Ticino è diventata la sua patria di adozione (ha ricevuto l’asilo politico). Parla volentieri della sua terra e delle abitudini di vita della sua gente, ma più che parlare, ascolta: ascolta le frasi scherzose dei suoi colleghi di lavoro, di etnie e credi diversi dal suo, che spesso usano termini dialettali a doppio senso, o fanno allusioni pesanti ad argomenti che nella sua religione sono tabù. L’ho osservato e credo che a volte si senta un po’ a disagio, ma sorride e inclina il capo leggermente di lato, come per lasciar scorrere via quelle parole. Non partecipa direttamente a questo genere di scherzi, probabilmente non li approva, ma accetta semplicemente che altra gente, con un’altra mentalità e un’altra cultura li trovi divertenti. Mantiene la stessa espressione distaccata e gentile di quando, insieme ai suoi compagni di religione, ci guarda mangiare carne di maiale, che loro non toccherebbero mai perché impura. C’è una sorta di grande dignità in questo suo atteggiamento assolutamente tollerante verso il nostro modo di vivere e di esprimerci, che deve sembrargli a volte primitivo e degenerato. Mohammed è simpatico. E quando faccio questa osservazione non esprimo un giudizio personale, ma una constatazione di ordine generale. Egli soddisfa tutti i requisiti, impliciti nella nostra mentalità, per essere accettato e la sua compagnia addirittura considerata piacevole: viene da un paese lontano, è vero, ma parla abbastanza bene la nostra lingua e mostra di sforzarsi per impararla: sorride sempre e ride con noi partecipando dove può alle nostre battute; non tenta minimamente di influenzarci con le sue idee o di illustrarci i suoi punti di vista culturali. Nonostante questo, l’atteggiamento generale verso di lui, sicuramente inconscio da parte di chi lo mantiene, è di una sorta di condiscendenza, quasi di superiorità: ma cosa ci fa sentire superiori? Il fatto che noi viviamo e lavoriamo nella nazione dove siamo nati o perlomeno dove siamo di casa? Il fatto che in un qualche modo conosciamo la lingua di qui e che mangiamo di tutto? Oppure perché il colore della nostra pelle si uniforma a quello considerato normale alle nostre latitudini?

Con Maxamud le cose sono diverse. Viene dal Senegal e la sua pelle ha il colore del cioccolato fondente. Potresti indovinare la sua presenza nella stanza dal momento in cui ti arriva alle narici l’odore di aglio che si porta addosso. Parla italiano risucchiando le parole con quella nenia tipica della sua gente. Anche lui è mussulmano, ma deve aver vissuto nel suo passato, più o meno recente, una qualche forma di rifiuto o di opposizione nei confronti del suo credo e delle usanze che ne derivano, perché vive in uno stato di continua allerta, quasi autodifesa. Teme che gli si voglia propinare a sua insaputa del cibo impuro e questo lo rende sospettoso al limite del maniacale, a volte quasi aggressivo. Mette decisamente alla prova la capacità di tolleranza di chi gli sta vicino, visto che non fa nulla per camuffare le sue origini, per allineare le sue idee a quelle correnti, anzi: avanza dei diritti, come quello, appunto, di essere diverso!

Il diverso però non viene necessariamente da lontano. La diversità di Franco, ad esempio, non sta nel passaporto o nel colore della pelle, ma nel suo orientamento sessuale. Pur non facendone in nessun modo ostentazione, ha scelto di non nascondere la sua natura. A giusta ragione, non ritiene di doversene stare in disparte e partecipa alla vita del gruppo, ma il gruppo non lo accetta. Nella migliore delle ipotesi, si prende gioco di lui e del suo modo di camminare o di parlare, ma purtroppo spesso il rifiuto si evidenzia con un atteggiamento o un linguaggio che esprimono aggressività. Franco ci è abituato e non demorde. Ogni momento della sua giornata è uno sforzo di sopravvivenza e di affermazione dei propri diritti, anche quando viene raggiunto un livello di esasperazione che non concede più spazio al ragionamento pacato. Anche in un caso come questo, diventa difficile mantenere il distacco necessario per non cadere nella tentazione di esprimere un giudizio, di classificare la persona in una determinata categoria.

Naturalmente non ho la pretesa di esaurire il discorso con pochi esempi: però credo che sia interessante notare come ognuno di noi, nella sua quotidianità, si trovi a contatto con situazioni che in un qualche modo suscitano emozioni e sentimenti di tipo giudicante. La tendenza è quella di separare con una linea netta il buono dal cattivo, perché la vita così è più semplice. È molto più rassicurante vivere chiusi e protetti in un mondo di cose che conosciamo e condividiamo. Ma l’incontro con l’altro nella sua complessità è un’esperienza di grande arricchimento, che richiede da parte nostra uno sforzo concreto di apertura. Richiede soprattutto di liberarsi dai pregiudizi, che sono una forma ancora più pericolosa di giudizio, perché non hanno nessuna base concreta, nessuna motivazione diretta derivata da esperienza e riflessione personale! Sono, a mio avviso, la più insulsa e ignorante forma di giudizio che si possa attuare. Inoltre, il pregiudizio è spesso radicato profondamente nelle persone che lo esprimono. Come recita il famoso aforisma di Einstein “È più facile scindere l’atomo che estirpare un pregiudizio”. Forse proprio perché chi vi aderisce, lo fa con una sorta di pigrizia intellettuale ritenendo più comodo e immediato far suo un concetto assoluto, senza storia né motivazione, piuttosto che riflettere e cercare di costruirsi un’opinione personale.

E qui sta il punto, a mio avviso. Questo è il significato di tolleranza. È indispensabile che ci sia dentro di noi una capacità di discernimento che guidi le nostre azioni e i nostri pensieri: sapere cosa è buonoecosanonloèpernoi,così come per Mohammed è molto chiaro quali siano gli argomenti di conversazione che non si prestano allo scherzo, o gli alimenti che non devono essere ingeriti. Contemporaneamente, però, non dobbiamo perdere di vista il concetto che da qualche parte nel mondo, vicino o lontano da noi, può esserci qualcuno che ha criteri e valori diversi dai nostri e che nel limite della pacifica convivenza, fino a quando queste diversità possono coesistere senza danneggiarsi a vicenda, la loro esistenza deve essere rispettata ■

Benedetta Ceresa

Allegati

Fonte: Rivista online anno XXVII n.3 settembre 2010 Caritas Ticino

Commenti

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Peter15 September 2010, 14:06

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